Della Paramnesia

Glossario

Aedo Gr. aoidos – cantore. Poeta epico dell’antichità greca.
Il bardo che canta le gesta degli eroi accompagnandosi con la cetra, nella tradizione omerica. In questa raccolta è la figura del poeta come conservatore della memoria, colui che narra «un nome, una parola, un momento» contro la dissoluzione dell’oblio.


Albedo – Lat. – bianchezza. Seconda fase dell’opus magnum.
La chiarificazione, il lavaggio. Segue il Nigredo. In questa raccolta l’Albedo non si esaurisce in un solo momento: una prima avvisaglia, un’epifania improvvisa, attraversa già la Sezione III (Trasformazione) — le bandiere bianche di «La porta» — per poi compiersi nella Sezione IV (Il Ritorno): la neve, luce fredda e chiara che non cancella il dolore ma lo integra.


Caduceo – Lat. caduceus, gr. kerykeion. Attributo di Ermes/Mercurio: bastone con due serpenti avvolti.
Il simbolo del mediatore tra i mondi: il messaggero degli dèi, ma anche il conduttore delle anime nell’Ade (psicopompo). In questa raccolta il pellegrino che «innalza il caduceo» è la figura di chi ha il compito di tenere aperto il canale tra il mondo dei vivi e quello del Lar.


Corpo-dimora / Corpo-ospizio – Coppia terminologica di questa raccolta.
Il corpo-dimora è il corpo della persona-ospizio non ancora occupato dal Lar, ma già predisposto ad accoglierlo: una soglia fisica in attesa. Il corpo-ospizio è quello stesso corpo nel momento in cui il Lar vi si è introdotto e lo condivide. Visto dall’interno, il corpo-ospizio è il matraccio (v. Matraccio).


Doxa – Gr. doxa – opinione, fama. Termine filosofico (Platone, Aristotele).
L’opinione comune, il giudizio del mondo, ciò che «si dice». In Platone si contrappone all’episteme (conoscenza vera). In questa raccolta il «vento della doxa» è il vento dell’indifferenza e del pregiudizio che disperde le memorie e i petali delle rose nere.


Eterotopia – Gr. eteros (altro) + topos (luogo). Termine coniato da Michel Foucault (1967).
I luoghi «altri» che esistono fuori dai luoghi normali: spazi che rispecchiano, contraddicono o rovesciano tutti gli altri luoghi. Cimiteri, teatri, giardini, specchi, navi. In questa raccolta il palcoscenico vuoto del «Teatro delle eterotopie» è il luogo-altro per eccellenza: il mondo del Lar come controspazio del mondo dei vivi.


Lar (pl. Lares) – Lat. Lar, Lares – divinità tutelari romane della casa e del luogo.
Nella declinazione di Joseph Conti adottata da questa raccolta: lo spirito di un’anima che, rifiutando il passaggio verso un altro mondo, rimane legato a certi luoghi per un attaccamento viscerale alla vita e ai paesaggi che ha abitato. Non è un fantasma nel senso tradizionale: è una presenza attiva, pensante, desiderante.


Matraccio – It. – da fr. matras. Globo di vetro a lungo collo usato nel laboratorio alchemico.
Il vaso chiuso in cui avviene la trasmutazione. In questa raccolta è il luogo in cui il Lar custodisce un «profumio familiare»: la memoria come sostanza volatile da conservare nel vetro. Il matraccio è il corpo-ospizio visto dall’interno.


Nigredo – Lat. – nerezza. Prima fase dell’opus magnum alchemico.
La dissoluzione, la putrefazione della materia prima. È la fase buia necessaria: nulla si trasforma senza prima disfarsi. In questa raccolta coincide con la Discesa (Sezione II): il Lar che si disperde, la memoria che si perde, il silenzio come condizione di partenza.


Ore immense – Formula della raccolta – leitmotiv.
La formula ricorrente che designa il tempo dilatato dell’ospizio: ore che si allungano, si infittiscono di senso, si sottraggono alla misura ordinaria. Le «ore immense» sono il dono e insieme il pericolo dell’ospitalità del Lar — «le più belle ma anche le più velenose» (Il labirinto dei doppi). La profezia dello scarabeo saggio — «vi saranno concesse ore immense» — è la promessa centrale della raccolta.


Ospizio – Lat. hospitium – accoglienza, ricetto.
Nel senso di Joseph Conti: la persona viva che, per affinità di inclinazione e di pensiero con il Lar, diventa il suo «rifugio». Il Lar vi si introduce non per possedere, ma per condividere una vita reale in quei luoghi. L’ospizio non è una vittima: è un complice eletto. Il rapporto è di mutua risonanza.


Paramnesia – Gr. para (accanto, oltre) + mnesis (memoria). Termine psicologico.
La falsa memoria, il ricordo di eventi che non si sono vissuti in prima persona — o il riconoscimento come già noto di qualcosa che si incontra per la prima volta (déjà-vu strutturale). In questa raccolta indica la memoria del Lar che si sovrappone a quella dell’ospizio: i ricordi del luogo che emergono come se fossero propri, senza preavviso.


Rebis – Lat. res bina – cosa doppia. Termine alchemico.
Il prodotto finale dell’opus magnum: la congiunzione degli opposti in un’unica sostanza. L’androgino alchemico. In questa raccolta è il risultato auspicato del percorso del Lar: la ricongiunzione tra la memoria dello spirito e la vita dell’ospizio.


Rubedo – Lat. – rossezza. Terza (o quarta) fase dell’opus magnum.
La fase del fuoco, del compimento, della congiunzione degli opposti. Nella sequenza classica segue l’Albedo; in questa raccolta convive, nella Sezione III (Trasformazione), con la prima epifania dell’Albedo stessa (v. Albedo): il momento in cui il dolore diventa prezioso come l’ambra, e il Lar comincia ad agire anziché solo a patire.


Umanazione – Termine coniato in questa raccolta.
Non un’antropomorfizzazione, ma un tentativo di mappatura: il modo in cui i movimenti del Lar si distribuiscono e si insediano all’interno del corpo-ospizio. È il processo attraverso cui il corpo-dimora, già predisposto, viene gradualmente abitato (v. Corpo-dimora / Corpo-ospizio).


Uroboro (Ouroboros) – Gr. oura boros – che divora la propria coda. Simbolo ermetico e alchemico.
Il serpente che si morde la coda, simbolo dell’infinito, dell’eternità ciclica, del ritorno. In questa raccolta appare come il confine del giardino circolare, come la forma dell’uroboro che «sorveglia l’infinito» nella mappa dell’universo: non un confine che imprigiona, ma uno che custodisce.


Verde Leone – Termine tecnico dell’alchimia medievale e rinascimentale.
Nella tradizione ermetica il leone verde (viridis leo) divora il sole — la prima materia dissolve l’oro grezzo per permetterne la purificazione. È il simbolo della prima dissoluzione attiva. Compare in questa raccolta come figura di un’energia feroce ma necessaria al processo.